Attracchi nei “Pantani” di Capo Peloro: tra Passato e Futuro

25 aprile 2008 | Di Mauro Longo | Categoria: Altro

La cooperativa “a Fulua” di Messina ha lanciato giorni addietro la proposta di un approdo per le imbarcazioni dei pescatori all’interno di uno dei laghi del sistema dunale di Capo Peloro.

Al riparo dei venti dominanti e dei marosi, le imbarcazioni da pesca che faticano oggi ad avere un ruolo moderno nell’economia della città e dei borghi marinari di Ganzirri e Torre Faro avrebbero un porticciolo che contribuirebbe a migliorare le condizioni di lavoro degli equipaggi.

Dato che “a Fulua” si applica anche a iniziative e attività di “pesca-turismo”, con le otto feluche  che fanno parte della “flotta” sociale, la disposizione di questi approdi avrebbe anche un grande impatto visivo e carismatico, oltre che contribuire alla rinascita della zona costiera di Capo Peloro. Imbarcandosi all’interno dei laghi e poi lasciando orgogliosamente questo spazio protetto e paesaggisticamente suggestivo per solcare le scure acque dello Stretto a caccia del pescespada, il turista interessato a questa attività vivrebbe appieno il fascino della vita marinara delle nostre contrade.

 

Dal punto di vista storico e archeologico l’idea di usare i due “pantani” come luoghi di approdo ha importanti precedenti.

I Laghi stessi di Ganzirri e Torre Faro, venutisi a formare all’incirca cinque millenni fa, sono stati in passato il più importante ricovero per le imbarcazioni che, stanziali o di passaggio, solcavano le acque infide dello Stretto. Fu nelle acque di questi “pantani”, oggi ridotti a due ma un tempo quattro e sempre collegati tra loro e con i due mari, che i Fenici ebbero i loro empori ed attracchi prima dell’arrivo dei Greci nella zona falcata, alla metà dell’VIII sec. a.C.

A controllo di tale passaggio navale fondamentale, questo popolo di naviganti e mercanti scelse proprio i laghi per avere un porto sicuro e un passaggio privo di problemi dallo Ionio al Tirreno e viceversa. I laghi, infatti, collegati tra loro e con i mari, permettevano di entrare in acque sicure all’altezza di Ganzirri, e di uscirne a Mortelle, evitando i terribili gorghi di Cariddi e gli scogli aguzzi di Scilla.

Stessa logica ebbero Sesto Pompeo e i membri della sua flotta, che (pare) avrebbe fatto stanza proprio in questi laghi, ideali per il ricovero delle imbarcazioni e il controllo del passaggio dello Stretto. Potrebbe essere stato lo stesso Pompeo ad avere eretto anche il Faro romano di Capo Peloro, recentemente scoperto, a completamento della funzionalità di questo sistema difensivo.

Il nome stesso del villaggio di Ganzirri, potrebbe derivare poi dal termine medievale per indicare alcuni tipi di ampie imbarcazioni (le Ganzirre, simili a Galee) che venivano attraccate in questi ampi pantani, ottimi per il rifugio dalle condizioni avverse, per il rimessaggio e per operazioni di manutenzione e riparazione.

Anche gli inglesi che presidiarono Messina e lo Stretto nel XIX secolo, contribuirono a riaprire e rimettere in funzione il sistema Laghi-Mari dello Stretto, scavando o ripristinando i canali attualmente esistenti, bonificando il sistema lacustre della duna e utilizzandolo per il ricovero delle imbarcazioni e forse addirittura per l’attraversamento dello Stretto tramite i canali, almeno per le imbarcazioni di dimensioni adeguate.

 

Insomma il sistema ha costituito da sempre un tutt’uno integrato, un mondo di acque e terre mescolate che forniscono un’ambientazione eccezionale per gli uomini che si sono trovati a viverci e ne hanno sfruttato i segreti per costruirvi la propria identità territoriale, economica e sociale.

Un piccolo mondo che va preservato, ma anche impiegato nella migliore maniera possibile, come per il progetto della cooperativa “a Fulua”, purché subordinato ad un controllo attento e ad una intelligente supervisione.

 

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