“Eres lo que lees” (Sei quello che leggi)

4 aprile 2008 | Di manuel81 | Categoria: Cultura e Società

clip_image002.jpgNel 2007 Guillermo Vargas Habacuc legò un cane randagio con una corda corta ad un muro di una galleria d’arte e gli impedì di bere e mangiare.

Dopo parecchi giorni di agonia finalmente il cane cessò di vivere per inanizione tra l’impassibilità dei numerosi visitatori della mostra.

Questo non è tutto: la prestigiosa Biennale Centroamericana di Arte decise, incomprensibilmente, che la bestialità che questo individuo aveva appena commesso fosse arte, così Guillermo Vargas Habacuc fu invitato a ripetere la sua crudele azione in fortuna Biennale nel 2008. Per la nuova “esposizione” Vargas Habacuc avrebbe pagato dei bambini affinché catturassero il cane da utilizzare come ‘opera d’arte’; quest’ultima in pratica consisteva nella terribile visione dei momenti di sofferenza del cane prima che lo stesso giungesse alla morte.

Per i visitatori sembra vigesse il divieto di portare cibo e acqua e, inoltre, chiunque si avvicinava al cane veniva allontanato immediatamente con modi sbrigativi.

Sopra l’animale morente, una scritta fatta di croccantini per cane: ‘Eres lo que lees’ (‘Sei quello che leggi’). Secondo l’‘artista’ lo scopo era quello di testimoniare l’indifferenza dell’essere umano nei confronti di altri esseri viventi.

In un’intervista rilasciata a La Nación, dichiarava: “Lo scopo del lavoro non era causare sofferenza alla povera innocente creatura, bensì illustrare un problema. Nella mia città natale, San Josè, Costa Rica, decine di migliaia di randagi muoiono di fame e malattia e nessuno dedica loro attenzioni. Ora, se pubblicamente mostri una di queste creature morte di fame, come nel caso di Navidad, ciò crea un ritorno che evidenzia una grande ipocrisia in tutti noi. Navidad era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada”.

Da tempo gira in rete una petizione http://www.petitiononline.com/13031953/petition.html per estromettere Habacuc dalla biennale del 2008.

In altri siti web invece questa notizia viene smentita e viene riferito che il cane non è in realtà stato maltrattato come descrive l’appello, ma che l’artista abbia invece dato vita ad una provocazione male interpretata e non si sia reso conto delle possibili conseguenze mediatiche della provocazione.

In sintesi, la storia funziona perché gioca sui nostri luoghi comuni: gli artisti moderni sono indecifrabili e farebbero qualsiasi cosa in nome della cosiddetta “arte”; i visitatori di queste mostre sono snob insensibili; i Paesi latinoamericani sono rozzi e primitivi; la gente è crudele con gli animali e nessuno fa nulla per fermarli. Ma, paradossalmente, questo racconto funziona anche su un altro livello: ha dimostrato pienamente la tesi di Vargas, ossia che la gente è ipocrita. Con pochissime, nobili eccezioni, s’indigna e si mobilita per un animale messo in mostra a morire di stenti, mentre fa finta di nulla quando incrocia la stessa creatura per strada.

Io avrei una proposta: invece di “firmare” pigramente una petizione su internet, la cosa migliore sarebbe andare a comperare una scatoletta di cibo per cani e portarla al canile più vicino.

Certo, è più impegnativo rispetto all’apposizione di una firma in una delle centinaie di petizioni on-line; però è un gesto sicuramente più utile.

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