Da questa crisi, così, non si esce!
7 aprile 2009 | Di Rosario Amico Roxas | Categoria: Economia
Nella riunione del G20 sono venute fuori proposte e progetti dall’apparenza provvisoria, un accanimento terapeutico mirato al mantenimento in vita di un sistema ormai vecchio, superato, selettivo ed elettivo, mentre la globalizzazione della cultura ha portato avanti nuove esigenze che si vogliono neutralizzare fornendo nuova linfa vitale al precedente organismo, chiaramente in fase terminale
Si parla di crisi economica, crisi dei mercati, crisi dei commerci, crisi strutturale, puntualizzando una terapia che intende mantenere in vita proprio quel medesimo sistema che è sfociato in questa crisi irreversibile.
Le iniezioni di denaro, diventate una flebo a ritmo veloce e inarrestabile, serviranno solo ad aggravare la situazione generale, anche se il vecchio organismo godrà di una apparente respirazione autonoma, ma saranno gli ultimi rantoli, destinati a diventare catastrofici se non verrà compresa l’entità definitiva del male e non si sarà provveduto a istruire adeguatamente il nuovo, che si sostituirà al decrepito in agonia.
La crisi di fondo è culturale, quel genere di crisi che periodicamente investe gli imperi e li trascina alla rovina e al disfacimento.
Quest’impero ormai decadente è l’impero del capitalismo individuale, che stimola e sollecita egoistiche interpretazioni della storia e divide i popoli e le nazioni.
E’ emersa la logica del più forte, che ha avuto ragione degli eventi fin tanto che la forza era sufficiente a contenere gli impeti di contrasto. Ma la forza, pure se smisurata, adesso non basta più, a meno di non decidersi a distruggere l’intero pianeta con una opzione militare devastante; in questo caso sarebbe una finale vittoria di Pirro, perché non ci sarebbe più nulla da dominare con l’esercizio della forza.
La crisi che incombe, ancora non attualizzata nelle sue totali conseguenze, è la crisi di questo capitalismo che ha consentito al 15% della popolazione mondiale di possedere l’85% dell’intero patrimonio del pianeta , mentre quel medesimo 15% ha prodotto disastri ambientali facendosi carico dell’80% dell’inquinamento del pianeta.
L’errore di fondo di questo capitalismo è consistito nell’aberrante volontà di dividere le popolazioni in ricche e povere, produttrici e consumatrici, proprietari dei mezzi di produzione e prestatori d’opera, tutto tenuto insieme dalla logica dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Proseguire su questa strada è aberrante; fornire ossigeno non fa altro che aggravare la situazione generale, per trovarsi impreparati ad affrontare le nuove realtà che si imporranno spontaneamente.
La forza delle legioni romane consentì il mantenimento dell’impero, fino a quando la forza non fu più sufficiente. Il dilagare di popolazioni venne identificato come “invasione barbarica”, ma invasione non fu, piuttosto concretizzò lo spostamento di intere popolazioni verso quei siti, fin allora esclusivi, di benessere, da cui quelle popolazioni erano escluse. Una possibile alleanza avrebbe cambiato il corso degli eventi, o, forse, solo ritardato; ma la storia non si scrive con le ipotesi.
Oggi l’armata in crisi è il capitalismo di pochi, che tenta di contrastare i diritti dei molti, per cui la soluzione finale è largamente prevedibile.
L’idea stessa del capitalismo è in crisi perché non ha accolto e rispettato il rapporto tra diritti e doveri, provocando lo scontro tra capitale e lavoro, con la pretesa di privilegiare il primo penalizzando il secondo.
I potenti della terra, che potenti non sono, ma solo illusi di poter dominare gli eventi naturali, sperano nella rivincita finale, dopo una breve debacle temporanea. Non si rendono conto di perdere di vista le ragioni stesse di tale crisi, per cui ogni tentativo di salvare il salvabile coincide, e coinciderà sempre più, con un aggravarsi delle condizioni ambientali, perché lo scontro finale avverrà tra i pochi che hanno molto e i molti che non hanno nulla da perdere; l’esito finale è scontato.
La sola via in grado di salvare questo capitalismo, pur ridimensionato dai fatti, consiste nella presa di coscienza degli errori, per generare un nuovo e più fecondo progetto di ripresa, che miri all’alleanza, paritaria e senza condizionamenti vessanti, del potere dell’economia con il potere, preponderante, del lavoro. Da una parte il denaro con l’economia della finanza e dall’altra l’uomo con l’economia del lavoro, generando un capitalismo diverso, quello del terzo millennio: il capitalismo sociale.
Il concetto finale sarebbe: salvarsi insieme o soccombere tutti !
Magari i posteri , nelle rovine di questa epoca, identificheranno una nuova “invasione dei barbari”.
Rosario Amico Roxas


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