LA QUESTIONE DEL KOSOVO
28 febbraio 2008 | Di Daniele Scalea | Categoria: Politica
La recente proclamazione unilaterale d’indipendenza da parte del Kosovo tiene banco nella politica internazionale. Finora solo alcuni paesi hanno riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente – gli USA, la Turchia e la maggior parte dell’Unione Europa – mentre altri vi si oppongono fermamente (oltre alla Serbia, anche Russia e Cina).
La Serbia ha un profondo legame storico e culturale con la sua regione kosovara. Solitamente (l’ha fatto anche Condoleezza Rice in un suo discorso recente) si cita la battaglia di Kosovo Polje del 1389, spesso associandola all’idea che tale scontro abbia segnato la fine dell’indipendenza serba (cosa non del tutto corretta, poiché l’assoggettamento serbo agli Ottomani richiese ancora decenni). Ci si dimentica di una cosa più importante: il Kosovo è stata la culla della civiltà serba; anticamente ne era la parte di maggior rilievo politico, culturale e religioso. Azzardando un paragone, il Kosovo è per la Serbia ciò che Roma è per l’Italia. Non si tratta dunque d’una regione albanese annessa alla Serbia, bensì d’una regione serba che, dopo l’inizio del dominio ottomano, è stata meta d’emigrazione per gli Albanesi finché, nel secolo scorso, essi hanno alfine raggiunto la superiorità numerica. Superiorità numerica che ora è sì divenuta schiacciante, ma solo perché, dopo la guerra del 1999 e la conseguente occupazione militare del Kosovo da parte della NATO, gl’indipendentisti albanesi organizzati militarmente nell’organizzazione terrorista nota come UCK hanno scatenato una vera e propria “caccia al diverso”, che ha colpito zingari, ebrei e, soprattutto, i Serbi: 250.000 sono dovuti fuggire, ed ora ne sopravvivono in Kosovo solamente 120.000 concentrati in poche aree (soprattutto quella settentrionale di Kosovska Mitrovica). Circa 170 tra chiese e monasteri cristiano-ortodossi sono stati distrutti dai terroristi albanesi che, come noto, sono di religione musulmana (non a caso, tra i simboli della protesta serba c’è il segno delle tre dita alzate, a simboleggiare la trinità divina dogma caratteristico del Cristianesimo).
La decisione degli USA e d’alcuni paesi europei (tra cui l’Italia) di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, guidato dall’ex capo terrorista Hashim Thaci, stride col diritto internazionale e soprattutto con la risoluzione dell’ONU 1244 del 1999, secondo la quale il Kosovo deve rimanere una provincia autonoma all’interno dello Stato serbo. Inoltre costituisce un pericoloso precedente, poiché mutando i confini d’Europa su base etnica si viola il principio della stabilità e dell’indissolubilità delle frontiere che finora ha garantito pace e stabilità al nostro continente. I pro-indipendenza sostengono però che il Kosovo sarebbe un caso particolare, e la sua indipendenza dipenderebbe semplicemente dall’impossibilità di porlo sotto la sovranità degli stessi Serbi che si sarebbero resi rei di tentato genocidio. Tale argomento ha due punti deboli: il primo è che nessuno ha mai dimostrato la pretesa “pulizia etnica” dei Serbi contro gli Albanesi (nemmeno il Tribunale dell’Aja ha trovato prove a proposito), ed il secondo è che se anche fosse oggi non esistono più né lo Stato (Jugoslavia) né la classe dirigente (Milošević e compagnia) che di tali crimini si sarebbero macchiati. Non a caso anche Stati fermamente atlantisti (Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia) rifiutano di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, poiché temono possa costituire un precedente valido per le proprie minoranze etniche.
Oltre al rispetto del diritto internazionale, anche considerazioni geopolitiche premono gli oppositori all’indipendenza del Kosovo. Gli USA hanno voluto smembrare la Jugoslavia, ed ora vogliono smembrare anche la Serbia, poiché si tratta di Stati europei non asserviti alla Casa Bianca ma vicini alla Russia, principale competitore strategico (assieme alla Cina) di Washington. Il Kosovo indipendente sarebbe una semplice succursale degli Stati Uniti: il suo “primo ministro”, Hashim Thaci, è un agente della CIA (come dichiarato del resto anche da Lamberto Dini, non certo tacciabile di “estremismo” o “anti-americanismo”), e già vi si trova la più grande base statunitense d’Europa, Camp Bondsteel. Ovviamente la Russia è interessata ad impedire un nuovo avanzamento strategico degli USA, ed anche per motivi di puro prestigio non può accettare che il suo più fido alleato europeo, la Serbia, sia vittima indifesa delle prepotenze di Washington.
Un ultimo argomento, di non minore importanza, sorregge le ragioni di chi s’oppone all’indipendenza del Kosovo: la provincia, infatti, da quando è sotto il controllo della NATO è divenuto il nuovo crocevia dei traffici di droga e prostitute-schiave che dall’Oriente affluiscono nell’Europa Occidentale. Una sinistra analogia con quanto successo in Afghanistan che, in coincidenza con l’occupazione atlantista, è tornato ad essere il primo esportatore mondiale di oppio usato per produrre eroina…


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Vai tra la popolazione e chiedi quello che è successo prima del 1999.
Un salutone mi auguro che le “persone” continuino a leggere le mezze verità, altrimenti lo “scrittore” e costretto alla cassa integrazione.
Verticchio