Quando l’Università è una poltrona
3 novembre 2009 | Di Staff Messina News | Categoria: Politica
Scontata protesta contro la riforma meritocratica voluta dal Governo in ambito universitario. C’è chi rischia il posto e di confrontarsi con il mercato non vuole nemmeno sentirne parlare. Un tempo l’Università svolgeva un fondamentale compito di formazione, oggi è un mero stipendificio gestito, quasi sempre, dai soliti “baroni”
(da normanno.com): In un comunicato il CNU, intervenendo sul disegno di legge “in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, rileva l’inadeguatezza di
questo provvedimento che che affronta alcuni problemi della gestione degli atenei senza proporsi di rafforzare il ruolo strageco di questi nello sviluppo culturale ed economico del Paese.
“E’ necessario – si legge nel documento -che le forze politiche presenti in Parlamento, con la collaborazione del Governo, affermino la priorità strategica della formazione e ricerca universitaria e approvino un provvedimento idoneo a fornire risorse umane e materiali capaci di fronteggiare le improcrastinabili sfide del nostro tempo”.
Secondo il Comitato i 40.000 precari che oggi insegnano all’Università, ed almeno 15.000 che collaborano ai progetti di ricerca costituiscono un patrimonio umano che rischia di scomparire.
Un datto sconcertante se si pensa che almeno 2/3 di questi precari hanno conseguito la laurea magistrale con il massimo dei voti, e sono stati selezionati per ottenere una borsa di studio nelle scuole di dottorato di ricerca e che, dopo avere conseguito questo titolo, hanno continuato a pubblicare, conquistando assegni di ricerca, contratti ecc… .
Allo stesso tempo “il sistema ricerca” del Paese rischia di soffocare per la scarsità di risorse e per la scarsa considerazione di cui gode.
“E’ indispensabile – continua il testo del CNU – fare il massimo sforzo per conferire al “sistema universitario” il ruolo ed i mezzi necessari a fungere da traino al Paese. Ed è altrettanto necessario non disperdere il capitale costituito dalla maggior parte dei giovani ricercatori che operano all’interno dei nostri atenei e degli Enti di Ricerca e che, non trovando risposte, sono costretti a rinunciare alla ricerca o ad emigrare”.


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